Riepilogando: dal mecenatismo al prosuming diffuso
Questo articolo rappresenta un paragrafo della tesi, in corso di stesura, di Alessandro Zilio, provvisoriamente intitolata “USER GENERATED CONTENT: L’impatto del web 2.0 e della produzione collaborativa sulle industrie culturali.“
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1.2.3. Riepilogando: dal mecenatismo al prosuming diffuso
Nel paragrafo precedente è stato completato un sintetico excursus sull’evoluzione delle produzioni e, successivamente, delle industrie culturali. Sembra opportuno concludere questa analisi proponendo, adattandola sulla base delle indicazioni di Hesmondhalgh, una periodizzazione del fenomeno proposta da Williams[1]. Secondo tale schema è possibile dividere, in base all’evoluzione delle modalità produttive e del mercato di riferimento, la storia delle produzioni culturali in Europa[2], in tre fasi:
- Epoca della produzione artigianale e del mecenatismo, egemone fino al XIX secolo, dominata da una produzione artistico-culturale su commissione, destinata all’aristocrazia o alla Chiesa, che assumevano, proteggevano e sponsorizzavano artisti e uomini di cultura. Tale tipologia di produzione culturale, di cui si possono tuttora rinvenire alcuni esempi, era basata sulla figura dell’artista “artigiano”, lavoratore qualificato e professionalmente autonomo, che vendeva direttamente i beni al consumatore.
- Epoca professionale di mercato, riscontrabile a partire dagli inizi del XIX secolo[3] quando le “opere d’arte” furono in misura crescente poste in vendita e acquistate e la creatività simbolica venne progressivamente organizzata come mercato. In tale sistema crebbe il numero di opere vendute attraverso intermediari[4]. Tale cambiamento, nonostante la maggior parte dei produttori di testi lavorasse ancora secondo metodi sostanzialmente artigianali, comportò una divisione del lavoro molto più complessa nella produzione culturale. Tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX, in concomitanza con l’aumento del tempo libero e del reddito disponibile nei paesi industrializzati, la capitalizzazione degli intermediari, sia distributivi sia produttivi, crebbe in misura estremamente ampia. La conseguenza di questa evoluzione fu che i creatori di testi di successo raggiunsero “una forma di indipendenza professionale”[5] e cominciarono a essere pagati sotto forma di diritti d’autore.
- Epoca professionale aziendalistica. Infine, dagli inizi del XX secolo, ma con una accelerazione esponenziale intorno al 1950, si entrò in una nuova fase, che Williams denomina fase “professionale aziendalistica” o “di corporation”. La commissione dei lavori si organizzò in senso professionale e maggiormente organizzato. Un numero crescente di individui venne assunto dalle società culturali, con il sistema degli anticipi o sotto contratto. Accanto alle tradizionali attività di creazione di testi, come scrivere libri, eseguire musica e recitare in teatro, apparvero nuove tecnologie di comunicazione – radio, cinema e televisione in primis. In alcuni casi queste nuove tecnologie facevano propri, modificandoli, i vecchi tipi di attività culturale. In altri ne producevano di completamente nuovi, come nel caso del telefilm o della situation comedy. Contemporaneamente la pubblicità si affiancò al profitto della vendita diretta come fonte di guadagno delle produzioni culturali, divenendo, contemporaneamente, essa stessa un’importante industria culturale.
Dall’esame di Williams, pertanto, appare evidente che, mentre il concetto di produzione culturale è ampiamente riscontrabile nell’antichità e nel Medioevo, quello di industria culturale, caratterizzato dalla forte influenza delle logiche di mercato e dalla crescente industrializzazione del lavoro culturale attraverso la diversificazione delle mansioni e l’affermarsi di nuove forme di tutela e remunerazione del lavoro culturale, si afferma solo a partire dall’inizio del XX secolo.
Nel corso di questa tesi si dimostrerà come l’ingresso di internet sulla scena delle industrie culturali, in particolare, delle piattaforme web 2.0, modificando radicalmente il rapporto tra creatori, intermediari e fruitori culturali, stia lentamente introducendo una nuova fase, che potrebbe essere definita del prosuming diffuso[6], in cui, grazie all’interattività, alla semplificazione delle tecnologie e all’ampliamento della visibilità offerta dalla Rete, la distinzione tra produttori, distributori e utilizzatori di testi diventa sempre più labile e i confini delle industrie culturali sempre meno definiti.
[1] Adattamento da Williams 1983, pag. 42-65 in Hesmondhalgh 2008, pag. 57-60.
[2] La periodizzazione può essere estesa, con i dovuti adattamenti, anche a molte altre aree geografiche gravitanti attorno alla sfera di influenza culturale cosiddetta occidentale.
[3] Come evidenziato da Alpers (1990, pp. 106-139), esiste in realtà un’importante anticipazione nel mercato fiammingo del XVII secolo, in cui pittori, anche famosi come Rembrandt, alimentavano, anche attraverso intermediari, un fiorente commercio di dipinti presso un nutrito stuolo di amatori appartenenti alla ricca borghesia commerciale delle Fiandre e dei Paesi Bassi.
[4] Come, ad esempio, i librai, gli editori, i mercanti d’arte.
[5] Williams 1983, p. 56.
[6] I concetti di prosuming e di prosumer, in relazione alle industrie culturali e al web 2.0, costituiranno uno dei temi centrali di questa tesi. Si rimanda al paragrafo 1.3.3. per la definizione dei due termini.
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