nov 26 2009

Il prodotto culturale in un’ottica economico-manageriale

Alessandro

Questo articolo rappresenta un paragrafo della tesi, in corso di stesura, di Alessandro Zilio, provvisoriamente intitolata “USER GENERATED CONTENT: L’impatto del web 2.0 e della produzione collaborativa sulle industrie culturali.

Puoi collaborare a questo progetto pubblicizzando l’iniziativa o inviando un tuo commento attraverso l’apposita funzione.

Per maggiori dettagli e per l’indice dei contenuti disponibili online, visita la pagina Tesi di questo blog.

****************************************************************

1.3.1.      Il prodotto culturale in un’ottica economico-manageriale

L’analisi condotta finora ha dimostrato che “con produzione culturale può identificarsi un campo assai vasto, terreno di convergenza e d’incrocio di discipline, ma anche di attività, numerose e diverse[1]”. In particolare, come fa notare Tamma, “possono essere potenzialmente comprese in questo campo, adottando una visione ampia, attività assai differenti che afferiscono, per fare in modo sbrigativo solo degli esempi, al mondo dell’arte, della produzione cinematografica, dell’editoria, della produzione discografica, della organizzazione di eventi, fino ad arrivare a comprendere espressioni delle più diverse forme, veicolate attraverso media differenti, cui può essere assegnata una particolare valenza culturale.[2]”. Tamma, pertanto, evidenzia l’esistenza di un’area di sovrapposizione – quando non anche di convergenza-integrazione – sia tra diversi ambiti di studio, sia tra contesti operativi che, nella sua elencazione, si sovrappongono quasi esattamente con le industrie culturali, centrali e  periferiche e con i “casi limite” individuati da Hesmondhalgh ed indicati al paragrafo 1.1.5.[3]

L’estrema eterogeneità dei fenomeni riconducibili nell’alveo delle produzioni culturali rende difficoltoso, come si è già visto nel paragrafo 1.1.1, delineare precisamente i confini di tale concetto e, di conseguenza stabilire una definizione univoca di prodotto culturale. Inizialmente, all’interno dello stesso paragrafo 1.1.1, è stata proposta una definizione che ha individuato le seguenti caratteristiche fondamentali del prodotto culturale:

  • la presenza di un significato;
  • la condivisione sociale del significato;
  • La creazione attraverso un’attività di comunicazione con un audience.

Appare evidente come tale definizione si basi essenzialmente su un approccio di tipo socio-linguistico. Tale approccio, pur avendo il merito di sottolineare alcuni aspetti fondamentali del concetto di “prodotto culturale” ne  tralascia altri, di uguale importanza che non possono essere accantonati nell’ottica di questa ricerca. Nel corso dei paragrafi precedenti, infatti, è stata più volte rimarcata la crescente importanza delle logiche economiche e manageriali nel funzionamento delle industrie culturali.

Per compiere un ulteriore passo verso l’obiettivo di questa tesi, tuttavia, appare opportuno concentrare l’attenzione su ulteriori definizioni che tengano conto, anche e soprattutto, della dimensione economico-manageriale del prodotto, ovvero, in ultima analisi, degli elementi che distinguono un oggetto culturale da un “prodotto” culturale. Basandosi, ancora una volta, sulle ricerche effettuate da Tamma[4], ad esempio, è possibile proporre tre ulteriori definizioni di prodotti culturali.

La prima, formulata in più occasioni da Hirsch[5], identifica i prodotti culturali come                  “ ‘nonmaterial’ goods directed at a public of consumers, for whom they generally serve an aesthetic or expressive, rather than a clearly utilitarian function[6] . Tale definizione, apparentemente poco distante da quella fornita da Hesmondhalgh, in realtà introduce due aspetti che tradiscono la nascita della definizione stessa all’interno di studi sulle industrie culturali. Il primo consiste nell’introduzione del concetto di “prevalenza” dell’elemento simbolico-estetico sull’utilità pratica, in luogo del focus sulla funzione di trasmissione di un messaggio posto da Hesmondhalgh. È, questa, una considerazione molto importante, poiché permette di annoverare tra i prodotti culturali anche oggetti nei quali, pur essendo presente una funzione pratica, ovvero l’attitudine a soddisfare un bisogno, sia la funzione simbolico-estetica a prevalere. Il secondo riguarda il destinatario del prodotto culturale, il quale, se nel caso di Hesmondhalg viene individuato in una generica audience[7], nel caso di Hirsch è descritto come un “pubblico di consumatori”. Tanto la compresenza della funzione estetico-simbolica e di funzioni utilitaristiche (il bisogno di intrattenimento, piuttosto che la funzione pubblicitaria, per citare solo alcuni esempi), quanto il riferimento a un pubblico di “consumatori”, ovvero di soggetti consapevoli della propria scelta e disposti a pagare un “prezzo” per il prodotto fruito, rende tale definizione particolarmente utile nella descrizione dei prodotti della industrie culturali.

Prende le mosse da un ottica che ha come principale riferimento le industrie culturali anche la definizione proposta da Eugeni[8], il quale, tuttavia, si concentra sull’apparenza tecnica e fenomenologica dei prodotti culturali, che vengono descritti come “tutte quelle forme di discorso grafico-verbale, visivo, audiovisivo, multimediale che vengono prodotte, diffuse e fruite grazie agli apparati istituzionali e tecnologici della società industriale e postindustriale”.

Un’ottima sintesi delle precedenti definizioni è quella, proposta in un ottica manageriale, da Moretti[9] nell’ambito di uno studio sulla produzione museale,  secondo la quale “il prodotto culturale in generale è identificabile come esperienza cognitiva guidata da una proposta di senso, resa possibile da determinate condizioni e servizi di accessibilità all’interno di una comunità di riferimento”. Quest’ultima definizione, individuando, come elementi fondamentali del prodotto culturale, l’esperienza cognitiva e comunicativa, da un lato, e la fruibilità attraverso servizi mirati e organizzati, dall’altro,  ha il pregio di riunire nello stesso insieme “oggetti” dalle caratteristiche apparentemente assai distanti. Secondo tale definizione, infatti, possono essere ricompresi tra i prodotti culturali, a mero titolo d’esempio:

  • oggetti aventi sia carattere materiale che immateriale;
  • eventi unici e irripetibili, piuttosto che registrazioni riproducibili;
  • opere contraddistinte da un contenuto eminentemente artistico o, al contrario, produzioni aventi scopo prevalentemente commerciale;
  • beni di proprietà pubblica o privata;
  • vestigia del passato o realizzazioni contemporanee;
  • lavoro singoli o d’équipe;
  • realizzazioni artigianali e produzioni “industriali”.

La definizione stessa, tuttavia, permette, di individuare, all’interno dell’eterogeneità e della molteplicità qualitativa degli oggetti potenzialmente ascrivibili al concetto di “prodotto culturale” la scriminante in grado di distinguere, in un’ottica manageriale, il semplice “oggetto” dal “prodotto”, ovvero il processo di creazione del valore.


[1] Tamma 2005, pp. 101,102.

[2] Ibidem.

[3] In particolare, Tamma (ibidem) cita, tra le produzioni interessate da questa convergenza, le seguenti:

a) l’arte e le performing arts;

b) il mondo dei media;

c) l’industria del tempo libero;

d) l’industria dei viaggi e del turismo;

e) le produzioni (anche manifatturiere) in cui risultano prevalenti gli elementi estetici e simbolici dei prodotti.

[4] Tamma 2005, p.103.

[5] Hirsch 1972, p. 641; 2000, p. 356.

[6] “beni immateriali diretti a un pubblico di consumatori ai quali essi forniscono, in modo prevalente una funzione estetica o espressiva piuttosto che una espressamente utilitaristica”

[7] Ad Hesmondhalgh, tuttavia, va riconosciuto il merito di aver sottolineato il processo di cocreazione del prodotto culturale operata dall’audience.

[8] Eugeni 2001, p. 17.

[9] Moretti 1999, p. 14.

Creative Commons License
USER GENERATED CONTENT: L’impatto del web 2.0 e della produzione collaborativa sulle industrie culturali. by Alessandro Zilio is licensed under a Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo 2.5 Italia License.

Segui il link per vedere cosa puoi e cosa non puoi fare con questo testo.

  • Share/Bookmark

nov 26 2009

Tratti distintivi delle industrie e dei prodotti culturali

Alessandro

Questo articolo rappresenta un paragrafo della tesi, in corso di stesura, di Alessandro Zilio, provvisoriamente intitolata “USER GENERATED CONTENT: L’impatto del web 2.0 e della produzione collaborativa sulle industrie culturali.

Puoi collaborare a questo progetto pubblicizzando l’iniziativa o inviando un tuo commento attraverso l’apposita funzione.

Per maggiori dettagli e per l’indice dei contenuti disponibili online, visita la pagina Tesi di questo blog.

****************************************************************

1.3.            Tratti distintivi delle industrie e dei prodotti culturali

Le industrie culturali e i loro prodotti, i testi, come si è già intuito dall’analisi compiuta finora, presentano caratteristiche e dinamiche peculiari dovute, in particolare, all’importante presenza in essi della dimensione  simbolica, che, al contrario, solitamente è solo un aspetto secondario nei tradizionali beni industriali. In questo paragrafo saranno analizzati tali tratti distintivi e le conseguenze che da essi ne derivano.

Creative Commons License
USER GENERATED CONTENT: L’impatto del web 2.0 e della produzione collaborativa sulle industrie culturali. by Alessandro Zilio is licensed under a Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo 2.5 Italia License.

Segui il link per vedere cosa puoi e cosa non puoi fare con questo testo.

  • Share/Bookmark

nov 26 2009

Riepilogando: dal mecenatismo al prosuming diffuso

Alessandro

Questo articolo rappresenta un paragrafo della tesi, in corso di stesura, di Alessandro Zilio, provvisoriamente intitolata “USER GENERATED CONTENT: L’impatto del web 2.0 e della produzione collaborativa sulle industrie culturali.

Puoi collaborare a questo progetto pubblicizzando l’iniziativa o inviando un tuo commento attraverso l’apposita funzione.

Per maggiori dettagli e per l’indice dei contenuti disponibili online, visita la pagina Tesi di questo blog.

****************************************************************

1.2.3.      Riepilogando: dal mecenatismo al prosuming diffuso

Nel paragrafo precedente è stato completato un sintetico excursus sull’evoluzione delle produzioni e, successivamente, delle industrie culturali. Sembra opportuno  concludere questa analisi proponendo, adattandola sulla base delle indicazioni di Hesmondhalgh, una periodizzazione del fenomeno proposta da Williams[1]. Secondo tale schema è possibile dividere, in base all’evoluzione delle modalità produttive e del mercato di riferimento, la storia delle produzioni culturali in Europa[2], in tre fasi:

  • Epoca della produzione artigianale e del mecenatismo, egemone fino al XIX secolo, dominata da una produzione artistico-culturale su commissione,  destinata  all’aristocrazia o alla Chiesa, che assumevano, proteggevano e sponsorizzavano  artisti e uomini di cultura. Tale tipologia di produzione culturale, di cui si possono tuttora rinvenire alcuni esempi, era basata sulla figura dell’artista “artigiano”, lavoratore qualificato e professionalmente autonomo, che vendeva direttamente i beni al consumatore.
  • Epoca professionale di mercato, riscontrabile a partire dagli  inizi del XIX secolo[3] quando le “opere d’arte”  furono in misura crescente poste in vendita e acquistate e la creatività simbolica venne progressivamente organizzata come mercato. In tale sistema crebbe  il numero di opere vendute attraverso intermediari[4]. Tale cambiamento, nonostante la maggior parte dei produttori di testi lavorasse ancora secondo metodi sostanzialmente artigianali, comportò una divisione del lavoro molto più complessa nella produzione culturale. Tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX, in concomitanza con l’aumento del tempo libero e del reddito disponibile nei paesi industrializzati, la capitalizzazione degli intermediari, sia distributivi sia produttivi, crebbe in misura estremamente ampia.  La conseguenza di questa evoluzione fu che i creatori di testi di successo raggiunsero “una forma di indipendenza professionale[5] e cominciarono a essere pagati sotto forma di diritti d’autore.
  • Epoca professionale aziendalistica. Infine, dagli inizi del XX secolo, ma con una accelerazione esponenziale  intorno al 1950, si entrò in una nuova fase, che Williams denomina fase “professionale aziendalistica” o “di corporation”. La commissione dei lavori si organizzò in senso professionale e maggiormente organizzato. Un numero crescente di individui venne assunto dalle società culturali, con il sistema degli anticipi o sotto contratto. Accanto alle tradizionali attività di creazione di testi, come scrivere libri, eseguire musica e recitare in teatro, apparvero nuove tecnologie di comunicazione – radio, cinema e televisione in primis. In alcuni casi queste nuove tecnologie facevano propri, modificandoli, i vecchi tipi di attività culturale. In altri ne producevano di completamente nuovi, come nel caso del telefilm o della situation comedy. Contemporaneamente la pubblicità si affiancò al profitto della vendita diretta come fonte di guadagno delle produzioni culturali, divenendo, contemporaneamente, essa stessa un’importante industria culturale.

Dall’esame di Williams, pertanto, appare evidente che, mentre il concetto di produzione culturale è ampiamente riscontrabile nell’antichità e nel Medioevo, quello di industria culturale, caratterizzato dalla forte influenza delle logiche di mercato e dalla crescente industrializzazione del lavoro culturale attraverso la diversificazione delle mansioni e l’affermarsi di nuove forme di tutela e remunerazione del lavoro culturale, si afferma solo a partire dall’inizio del XX secolo.

Nel corso di questa tesi si dimostrerà come l’ingresso di internet sulla scena delle industrie culturali, in particolare, delle piattaforme web 2.0, modificando radicalmente il rapporto tra creatori, intermediari e fruitori culturali, stia lentamente introducendo una nuova fase, che potrebbe essere definita del prosuming diffuso[6], in cui, grazie all’interattività, alla semplificazione delle tecnologie e all’ampliamento della visibilità offerta dalla Rete, la distinzione tra produttori, distributori e utilizzatori di testi diventa sempre più labile e i confini delle industrie culturali sempre meno definiti.


[1] Adattamento da Williams 1983, pag. 42-65 in Hesmondhalgh 2008, pag. 57-60.

[2] La periodizzazione può essere estesa, con i dovuti adattamenti, anche a molte altre aree geografiche gravitanti attorno alla sfera di influenza culturale cosiddetta occidentale.

[3] Come evidenziato da Alpers (1990, pp. 106-139), esiste in realtà un’importante anticipazione nel mercato fiammingo del XVII secolo, in cui pittori, anche famosi come Rembrandt, alimentavano, anche attraverso intermediari,  un fiorente commercio di dipinti presso un nutrito stuolo di amatori appartenenti alla ricca borghesia commerciale delle Fiandre e dei Paesi Bassi.

[4] Come, ad esempio, i librai, gli editori, i mercanti d’arte.

[5] Williams 1983, p. 56.

[6] I concetti di prosuming e di prosumer, in relazione alle industrie culturali e al web 2.0, costituiranno uno dei temi centrali di questa tesi. Si rimanda al paragrafo 1.3.3. per la definizione dei due termini.

Creative Commons License
USER GENERATED CONTENT: L’impatto del web 2.0 e della produzione collaborativa sulle industrie culturali. by Alessandro Zilio is licensed under a Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo 2.5 Italia License.

Segui il link per vedere cosa puoi e cosa non puoi fare con questo testo.

  • Share/Bookmark