mag 25 2009

Quelli che il P2P non è poi così male (con la Coda tra le gambe)

Alessandro

Qualche giorno fa ho fatto la mia prima scorribanda sulle pagine della versone online del “Il Corriere della Sera”. Niente di strano, intendiamoci: un semplice commento (anzi due, a essere precisi) a un articolo che mi è sembrato il classico esempio di pezzo su un argomento “pruriginoso” scritto da un giornalista che del tema non ne sai poi molto. Per farla breve, Bruno, nell’articolo intitolato “La pirateria informatica aumenta la popolarità delle star musicali” riporta i risultati di uno studio realizzato da PRS For Music (l’omologo inglese della SIAE) e dall’istituto di ricerca Big Champagne. Secondo tale studio il P2P favorirebbe la popolarità e, conseguentemente, il guadagno dei cantanti sui circuiti legali, dal momento che gli artisti più scaricati risulterebbero poi essere anche in cima alle vendite.

Premetto che la cosa mi sembra ridicola, poiché è vero, e facilmente intuibile, il contrario, ovvero che gli artisti più importanti e attesi vendono di più, ma sono anche più esposti alla pirateria, essendo i più graditi.

Sembrandomi talmente ovvia tale considerazione, non ho sentito la necessità di lasciare un commento in proposito, anche perché, in coda all’articolo, lo stesso Bruno riportava l’opinione di Enzo Mazza della Fimi (Federazione Industria Musicale Italiana) che affermava appunto tale concetto.

Quello che veramente mi ha fatto balzare sulla sedia è stato il passaggio in cui Bruno afferma (riporto testualmente): “Lo studio smentisce anche la teoria della coda lunga di Chris Anderson, secondo cui la rete avrebbe allargato le opportunità di business per i prodotti di nicchia e segnato la morte della hit-parade. Sui servizi di file-sharing le attenzioni continuano a concentrarsi solo su una piccola fetta di artisti: l’80 per cento degli scambi riguarda il 5 per cento delle tracce; e spesso si tratta proprio delle hit del momento.”

Non posso in questo articolo approfondire il concetto di “Coda Lunga” di Chris Anderson, anche perché credo che, se state ancora leggendo siete appassionati all’argomento e sapete già di cosa stiamo parlando.  In caso contrario, vi rimando alla relativa voce di wikipedia citata dallo stesso Bruno.

Posso solo dirvi che tale conclusione è, passatemi il termine, un grandioso sfrondone che ha meritato questo mio commento:

“Mi spiace contraddire Nicola Bruno, ma questo studio non contraddice affatto la teoria della Coda Lunga. Anderson, infatti, afferma che la distribuzione digitale (di contenuti multimediali, ma non solo) permette anche a prodotti che prima non avevano mercato, di averne. Inoltre afferma che il guadagno dei distributori di contenuti digitali, deriva in buona parte da questi contenuti di nicchia, ma non esclusivamente. Il principio si può riassumere nel fatto che moltissimi brani, anche se acquistati pochissime volte, considerati assieme, possono avvicinare le vendite di un numero ristretto di successi. Per contraddire Anderson, questo studio dovrebbe dimostrare che solo le hit sono responsabili della maggior parte del guadagno dei distributori di contenuti multimediali digitali (che non sono quasi mai le major direttamente) e che i contenuti minori non abbiano pressoché mercato (nel loro insieme). Ora, a leggere l’articolo, non mi sembra che lo studio affermi questo, mentre mi pare si limiti a confermare, al contrario, una tesi che i sostenitori del copyleft e del p2p sostengono da anni. Ovvero che la pirateria, sostanzialmente, non danneggia gli autori, ma, almeno in alcuni casi, li agevola.”

Passano alcuni minuti e vedo che il mio commento,a  differenza di altri, non compare, attendo e, dopo un bel po’, il commento appare corredato dalla replica dell’autore dell’articolo che cerca di convincermi di non aver scritto panzane.

Questo il testo della replica di Bruno “Gentile lettore, nel pdf dello studio potrà trovare maggiori dettagli e dati sul perché il file-sharing contraddice la teoria della coda lunga. Ad ogni modo su wired può trovare anche una replica di Chris Anderson che riconosce come i servizi di file-sharing favoriscano le hit http://www.wired.com/epicenter/2009/05/report-challenges-long-tail-theory-on-p2p-networks/. Saluti, nb

Ammetto di aver avuto un momento di smarrimento: davvero  Anderson ammette che lo studio smentisce la teoria che porta avanti da anni e che lo ha reso famoso sul web?

Vado a leggere l’articolo e, tranquilli, il mio smarrimento svanisce. Questa è la mia seconda replica:

Gentile Nicola Bruno, desidero intanto ringraziarla per la risposta e le risorse segnalate, che mi saranno utilissime per affrontare la mia tesi. In relazione allo studio e al suo articolo, tuttavia, rimango scettico. Devo ammettere, infatti, di aver appena iniziato ad affrontare la questione “Coda Lunga” e di non aver ancora terminato la lettura del libro di Anderson. Da una prima, parziale lettura, credo tuttavia di poter affermare che Anderson, nel primo articolo apparso su Wired e nel volume che ne deriva, analizzi il mercato della distribuzione a pagamento di contenuti digitali, non il p2p, ovvero la diffusione gratuita e in violazione del diritto d’autore. Tale mio convincimento, se non erro, è ribadito nell’articolo (che è di Van Buskirk e non di Anderson) che lei mi segnala. In tale articolo viene ribadito che Anderson difende la sua teoria e si conclude che (come è ovvio, a mio avviso) al p2p non si può applicare la teoria della Coda Lunga, in quanto (a differenza dei digital store, aggiungo io) i contenuti di nicchia sono scarsamente disponibili. Chiunque abbia mai usato un programam di P2P sa che la scarsità di contenuti di nicchia su tali piattaforme è incontrovertibile e ciò accade semplicemente non perchè non ci sia domanda, ma perché manca l’”offerta” (la condivisione a titolo gratuita. Pertanto, a mio parere, lo studio non confuta la teoria relativamente al P2P, bensì si limita a constatare che per tale “mercato”, non se ne realizzino i presupposti. Saluti.

Forse vi starete chiedendo dove voglio andare a parare, se voglio dimostrare di essere più competente di un giornalista.

Niente di tutto ciò, anche perché, nonostante sia fermamente convinto delle mie affermazioni, non posso pretendere di essere un luminare in materia.

Quello che vorrei evidenziare é proprio come un dilettante, un semplice appassionato di taluni argomenti, grazie al web e, in particolare, alla sue forme collaborative, possa confrontarsi e farsi ascoltare da “opinion maker” e trovare spazio in media che un tempo sarebbero rimasti irraggiungibili.

Oggi io posso dire che un mio intervento è stato pubblicato su “Il Corriere della Sera”. Alla mia età mio padre non avrebbe potuto farlo con la stessa semplicità e naturalezza, anche se fosse stato molto più competente di me in materia e molto più bravo a scrivere.

Questa è la vera rivoluzione del web collaborativo: l’accesso a media forti e alla loro grande platea.

E voi cosa ne pensate?

Aspetto vostri commenti.

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mar 20 2009

La musica abbatte l’ultima barriera: gli Officer Roseland pagano chi scarica il loro album

Alessandro

La copertina di Stimulus Package

La copertina di Stimulus Package

Ci siamo. Negli ultimi anni abbiamo assisitito a un crescendo di iniziative da parte dell’industria culturale, e del mondo della musica in particolare, per fronteggiare lo sgretolamente delle vendite di opere su cd e dvd, a causa del crescere di fenomeni come p2p, video sharing e ip-tv.

I musicisti, in particolare, hanno tentato, spesso con successo, diversi approcci innovativi, sia a fini promozionali che di vendita, attraverso il canale web.

Quelli dei Nine Inch Nails e dei Radiohead sono solo gli esempi più eclatanti di una serie di iniziative attuate dagli artisti per promuoversi e vendere sul web, mentre band inizialmente ostli al p2p come i Metallica, stanno lentamente modificando le proprie opinioni.

I metodi scelti hanno spaziato dalla release di alcuni brani a titolo gratuito, alla possibilità di remixare i contenuti, dalla vendita di interi albumin formato digitale in cambio di un’offerta libera, alla possibiltà di “adottare” una band emergente, finanziandola con la promessa di poter partecipare ad eventuali futuri utili derivanti dalle vendite.

Nessun musicista, però, aveva mai pensato di pagare gli utenti per scaricare il proprio album.

Nessuno fino ad oggi.

I primi temerari (o lungimiranti) a tentare questa strada sono gli Officer Roseland, band USA che, per promuovere il proprio nuovo lavoro Stimuls Package, ha deciso di pagare a ciascun netizen la somma di un dollaro mediante accredito su un conto paypal.

In alternativa è possibile donare tale cifra all’ente benefico Mr. Holland’s Opus Foundation.

Chissà, sarebbe bello verificare se  a fornire il dollaro promesso agli utenti che scaricheranno l’album ci sia veramente la band o piuttosto il colosso Ebay, proprietario di Paypal, disposto a qualche “piccolo” sacrificio pur di promuovere ulteriormente il suo servizio (e ottenere nuovi contatti a fini di marketing).

Quel che rimane è la novità di un canale promozioanle  innovativo, che per ora, in termini di ritorno d’immagine sembra dare i suoi frutti, con centinaia di riferimenti e commenti in tutto il web e,  in particolare, nella blogosfera.

Non ci rimane, quindi, che attendere per capire se i dollari tra le mutande dell’irsuto protagonista della copertina di My Stimulus Package saranno destinati a diminuire o aumentare.

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